Macchè Nuovo Ordine Mondiale Beppe Robiati
© Beppe Robiati   Design & Webmaster: Claudio Malvezzi
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Macchè Nuovo Ordine Mond.
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                                    Macchè Nuovo Ordine Mondiale      Quanti scritti, quante analisi, quante discussioni. Un unico tema, un unico progetto.      Un sogno che sembrava divenire realtà.      Così per anni ci eravamo preparati a questo fatidico appuntamento. Tavole rotonde, giornali, radio e televisione: ogni occasione era buona per parlare del nuovo ordine mondiale, della fine del 92 come anno di svolta in questa direzione.      E invece ecco qua i politici di mezzo mondo a mettere insieme i pezzi di un progetto mai concluso, ma forse iniziato all'indomani della seconda guerra mondiale con idee che diedero vita ad un processo che, la storia sta dimostrando, sono difficili da concretizzare perché le difficoltà diventano tali e tante da sembrare in alcuni momenti insormontabili, particolarmente nel quadro dei rapporti internazionali, nelle relazioni tra le nazioni e nella incredibile problematica delle interrelazioni etniche all'interno dei territori dove per anni popoli diversi hanno convissuto volontariamente od obbligatoriamente.      Non è agevole nell'attuale momento storico delineare il panorama dei rapporti internazionali tante e tanto scomposte e spesso contrastanti sono le sue componenti.      Nel settembre del 1990 il Presidente degli Stati Uniti, sull'onda del successo conseguito nella guerra del Golfo con oltre 40 nazioni alleate, aveva enunciato il proposito di far sì che si iniziasse a costruire un «nuovo ordine mondiale».      Poco tempo è trascorso da allora e già si formulano giudizi ispirati alla più viva perplessità con riferimenti al «nuovo disordine mondiale» o lapidariamente alla «fine della storia». Mi sembra che il compito al quale oggi è doveroso dedicarsi sia quello di estrarre dal coacervo delle varie manifestazioni che pullulano nel panorama internazionale elementi atti a consentire una obiettiva valutazione dell'attuale situazione generale, senza indulgere in eccessive speranze o in pericolosi scetticismi.      A tal fine sembra opportuno delineata alcune premesse fondamentali. Prima tra tutte è che l'interdipendenza delle nazioni sembra ormai ineluttabile, tanto più nel campo economico in cui concorrono la notevole crescita del commercio internazionale, la maggiore integrazione dei mercati. finanziari, lo sviluppo e l'interpenetrazione delle tecnologie, la unificata attività dei laboratori di ricerca medica, tecnico-scientifica, delle spedizioni spaziali e delle nuove energie.      Altro incontestabile fenomeno è la mondializzazione dei problemi, quale derivate dalle pressioni che da una parte del mondo (quella dei paesi in via di sviluppo), vengono esercitate sulla nazioni più abbienti. Basti pensare alle pressioni demografiche, e conseguenti massicci fenomeni migratori in cerca dei mitici paradisi dei bianchi, ai pericoli delle lotte religiose integraliste (non solo islamiche), alla proliferazione nucleare a fissione, al dilagare della droga e delle malattie infettive non ancora sconfitte dalla scienza medica.      Ciò a cui dobbiamo guardare con preoccupazione in questi fenomeni di interdipendenza e mondializzazione è la misura della validità di quelle istituzioni internazionali, che dovrebbero costituire i motori agenti dell'ordine internazionale, garantire una migliore comprensione dei fenomeni interrazziali e religiosi, e intervenire con nuovi metodi di gestione laddove gli uomini non