Nuove persecuzioni contro i bahai in Iran

Come molti sanno Beppe Robiati e’ di fede baha’i, come e’ evidente da molti capitoli di questo sito- I baha’i nella terra di origine di questa fede, l’Iran, sono perseguitati da 165 anni –

E’ fresca la notizia di una nuova serie di persecuzioni contro i bahai in Iran- L’organo che rappresenta i baha’i di 179 nazioni del mondo alle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro, la BIC Baha’i International Community, ha scritto al pubblico ministero della Repubblica Islamica dell’Iran una lettera aperta a difesa dei diritti umani dei baha’i in quella terra- La lettera diffusa da tutte le agenzie del mondo e’ questa che segue –
beppe robiati
4 marzo 2009

 

All’Ayatollah Qorban-Ali Dorri-Najafabadi

Pubblico Ministero Generale

Repubblica Islamica dell’Iran

Vostro Onore,

il suo recente annuncio relativo alle questioni amministrative dei bahá’í dell’Iran ha portato

nell’arena del pubblico dibattito argomenti che, oltre a concernere la salvezza e la vita dei membri

di quella comunità, ha anche profonde implicazioni per il futuro di ogni cittadino della sua stimata

nazione. Le saranno certamente stati comunicati i passi che la comunità iraniana ha compiuto in

risposta al suo annuncio. Gli Yaran e i Khademin, i piccoli gruppi preposti alla cura delle necessità

spirituali e sociali delle centinaia di migliaia di bahá’í iraniani, i primi a livello nazionale e i

secondi a quello locale, hanno espresso la loro disponibilità a porre fine al loro funzionamento

collettivo. Una decisione del genere è stata presa unicamente per dimostrare ancora una volta la

buona volontà che i bahá’í hanno costantemente dimostrato verso il governo della Repubblica

Islamica dell’Iran negli ultimi trent’anni.

La Casa Universale di Giustizia ci ha assicurato che l’interruzione del funzionamento di

questi gruppi non deve essere considerata un motivo di preoccupazione. I milioni di bahá’í che in

pratica vivono in ogni Paese della terra, nonché tutte le persone che osservano questi eventi con

imparzialità e conoscono gli sviluppi storici della Fede, non dubitano affatto che i bahá’í dell’Iran

riusciranno a continuare a sviluppare la vita spirituale della loro comunità esattamente come hanno

fatto per generazioni negli ultimi 165 anni di persecuzioni. Pur tuttavia, vista la gravità delle

accuse mosse contro gli Yaran e i Khademin, ci sentiamo obbligati, in veste di rappresentanti alle

Nazioni Unite di 179 Assemblee Spirituali Nazionali sparse in tutto il globo, a portare alla sua

attenzione alcuni punti fondamentali in questa lettera aperta e a chiederle di esaminarli con lo

spirito di imparzialità che essi meritano.

Riferendosi all’Articolo 20 della Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran che

riguarda i diritti dei cittadini e all’Articolo 23 relativo alla libertà di religione, ella ha affermato:

«Si può aderire liberamente a un principio o a una credenza, ma non sarà consentito esprimerli e

proclamarli per causare deviazioni nel pensiero altrui, o per manipolare, ostentare e disseminare

[idee] e tentare comunque di ingannare o confondere la gente». Questa affermazione mette a dura

prova la propria credibilità. Tutti sanno che affermazioni come questa sono state usate nel corso dei

secoli da regimi oppressivi per giustificare l’arbitraria soppressione della coscienza e della libertà

di credere. L’idea che sia possibile separare le convinzioni di una persona dalla loro espressione in

parole e in azioni dà avvio a una linea di ragionamento totalmente errata. Per rendersi conto della

sua assurdità basta chiedersi che cosa significa avere fede se essa non è coscientemente manifestata

nei rapporti sociali. Certo, definire discutibili solo le espressioni di fede che causano deviazioni nel

pensiero altrui può apparire a prima vista una cosa ragionevole. Ma in realtà è ovvio che si tratta di

un mezzo per garantire alle autorità la possibilità di reprimere chiunque a proprio beneplacito, dal

momento che esso lascia aperta la possibilità di etichettare come deviazione del pensiero altrui

ogni azione o critica sgradite a quelle autorità. Dal momento che ella ha sollevato la questione della

libertà di religione nel contesto degli articoli pertinenti ai diritti dei cittadini iraniani ben

conoscendo la storia bahá’í, noi possiamo soltanto desumere che lei ha fatto del blocco del

funzionamento degli Yaran e dei Khademin una condizione per accordare ai bahá’í almeno alcuni

dei diritti che sono stati loro negati per circa trent’anni.

I fatti in questione le sono ovviamente ben noti:
Dopo la rivoluzione islamica del 1979, i bahá’í dell’Iran, che erano stati per lungo tempo

vittime di periodiche esplosioni di violenza, l’ultima delle quali istigata dalla famigerata

SAVAK, sono stati soggetti a una nuova ondata di persecuzioni.

 

Nell’agosto del 1980 tutti e nove i membri dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í

dell’Iran, un consesso nazionale la cui elezione e il cui funzionamento sono prescritti dagli

insegnamenti bahá’í e che è parte della struttura amministrativa bahá’í in tutto il mondo,

sono stati rapiti e sono spariti senza lasciare traccia. Essi sono stati, senza dubbio, giustiziati.

 

Negli anni immediatamente successivi, il governo ha giustiziato altri membri eletti a quella

carica, così come gruppi di persone influenti nella comunità bahá’í, inclusi numerosi

membri di Assemblee Spirituali Locali, consessi operanti a livello locale.

 

In risposta all’annuncio fatto nel 1983 dal Procuratore Generale dell’Iran che chiedeva lo

smantellamento della struttura amministrativa bahá’í, l’Assemblea Spirituale Nazionale

dell’Iran si è disciolta così come l’intera struttura amministrativa del Paese, e ciò come

segno di buona volontà nei confronti del governo.

 

Di conseguenza, sono state prese disposizioni ad hoc per curare i bisogni spirituali e sociali

dei 300.000 bahá’í in Iran con la formazione del gruppo degli Yaran a livello nazionale e dei

Khademin a quello locale.

 

Per un periodo di circa vent’anni, gli uffici governativi hanno avuto regolari contatti con gli

Yaran e i Khadmin, talora in modo amichevole, talaltra nella forma di interrogatori

irragionevolmente lunghi e aggressivi, si sono consultati con i loro membri e sono sempre

stati pienamente informati delle loro attività. Stava apparentemente emergendo la possibilità

di un certa misura di dialogo tra i bahá’í e gli uffici del governo.

 

Tuttavia durante quel periodo, venne in luce un memorandum del 1991 firmato

dall’Hujjatu’l-Islam Seyyed Mohammad Golpaygani, allora Segretario del Supremo

Consiglio Rivoluzionario Culturale Iraniano. Esso chiedeva di arrestare «il progresso e lo

sviluppo» dei bahá’í in Iran tramite un certo numero di misure specifiche e di approntare un

piano «per affrontare e distruggere le loro radici culturali al di fuori del Paese».

 

In quel periodo gli attacchi e i maltrattamenti contro i bahá’í sono proseguiti ininterrotti, ma

recentemente queste forme hanno conosciuto nuovi livelli di intensità, da quando alcuni

elementi storicamente votati alla distruzione della comunità bahá’í hanno assunto una

crescente influenza sugli affari del Paese.

 

La campagna ufficiale per denigrare il nome della Fede tramite i mass media, con articoli sui

giornali e su siti Web, programmi radio e programmi e film in televisione, ha subito

un’accelerazione attorno al 2005 ed è proseguita senza interruzione fino a oggi. Non v’è

dubbio che sono stati avviati passi sistematici per realizzare i provvedimenti previsti nel

memorandum del 1991.

 

Nel marzo del 2006 il Relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di religione e di

credo è venuto a conoscenza di una lettera confidenziale datata 29 ottobre 2005, proveniente

dal quartier generale militare iraniano, che chiedeva a vari servizi segreti e alle

organizzazioni di polizia nonché alla Guardia rivoluzionaria, di identificare e sorvegliare i

bahá’í in tutto il Paese. La cosa sollevò in tutto il mondo vivissime preoccupazioni per la

salvezza dei bahá’í.

 

Per oltre vent’anni ai giovani bahá’í è stato precluso l’accesso alle università, facendo

ricorso a un procedimento di domande di ammissione che chiedeva loro di negare la propria

fede. Una modifica di quel procedimento, ottenuta dopo una campagna di pubblica pressione

a livello mondiale, ha consentito che poche centinaia di giovani potessero iscriversi per

l’anno accademico 2006-2007. Ma le loro speranze di completare gli studi superiori sono

ben presto svanite, perché in quello stesso anno, il Ministro delle Scienze, della Ricerca e

della Tecnologia ha diramato una lettera indirizzata a ottantuno università con l’istruzione di

espellere tutti gli studenti bahá’í.

 

Quella lettera è stata seguita da un’altra nell’aprile del 2007 scritta dai servizi segreti e dalle

Forze di pubblica sicurezza nella quale si ordinava che i bahá’í, già esclusi dall’impiego nel

settore pubblico, fossero esclusi anche da circa venti tipi di occupazioni. Il documento

rafforzava i tentativi già in atto per soffocare la vita economica della comunità bahá’í.

 

Negli ultimi anni il numero dei bahá’í arrestati senza motivo è aumentato, è cresciuto il

fenomeno della confisca delle proprietà personali dei bahá’í, è salito il numero degli attacchi

alle case dei bahá’í, si sono intensificati gli incendi dolosi contro proprietà bahá’í, sono

proliferate la dissacrazione e la distruzione dei cimiteri bahá’í, è incrementata la chiusura

dei negozi bahá’í, si sono moltiplicati i rifiuti di prestiti bancari e di licenze commerciali ai

bahá’í, sono aumentati i casi di attacchi a padroni di casa con inquilini bahá’í, è salito il

numero di casi di minacce contro cittadini che frequentano i bahá’í, si sono intensificati gli

episodi di umiliazione pubblica nei confronti di bambini bahá’í da parte dei loro insegnanti.

È incontestabile che tali azioni sono sistematicamente orchestrate città per città.

 

L’anno scorso i sette membri del gruppo degli Yaran sono stati arrestati, uno in marzo, gli

altri sei in maggio e sono stati tenuti per un certo periodo in totale isolamento, senza poter

ricevere visite dei loro familiari. E sebbene alla fine abbiano potuto ricevere queste visite

pur sotto un regime di rigido controllo, non è stato loro ancora concesso un patrocinio legale.

La durezza delle condizioni del carcere è variata nel corso dei mesi e i cinque membri

maschi sono stati confinati per un certo periodo in celle di appena dieci metri quadrati, prive

di letti.
Alla fine, dopo circa nove mesi di prigionia, durante i quali non è stato raccolto nemmeno

uno straccio di prova che evidenziasse una qualsiasi colpa nei membri del gruppo degli

Yaran, essi sono stati accusati di «spionaggio in favore di Israele, di oltraggio contro i sacri

diritti della religione e di propaganda contro la Repubblica Islamica» ed è stato annunciato

che presto saranno deferiti al tribunale per essere processati.

 

Questo annuncio è stato quasi immediatamente seguito dalla notizia secondo cui ella ha

scritto al Ministro dei Servizi Segreti una lettera nella quale afferma che l’esistenza degli

Yaran e dei Khademin in Iran è illegale, mentre allo stesso tempo solleva la questione dei

diritti costituzionali dei cittadini iraniani in materia di religione e credo. Poi, lei ha fatto un

annuncio ufficiale dello stesso tenore.

 

Vostro Onore, gli eventi degli anni recenti e la natura delle accuse mosse sollevano in ogni

imparziale osservatore alcuni quesiti sulle intenzioni che si nascondono dietro questa sistematica

perpetrazione di ingiustizie contro i bahá’í dell’Iran. Pur ammettendo che nei primi turbolenti

giorni della rivoluzione esistessero alcuni fraintendimenti sui propositi della comunità bahá’í, come

potrebbero persistere oggi quei sospetti? Può mai essere che gli stimati membri del governo

dell’Iran prestino realmente fede alle false accuse mosse contro i bahá’í nella nazione? Le autorità

nei vari settori governativi non conoscono forse bene i seguenti fatti?

 

In qualunque Paese risiedano, i bahá’í lavorano per promuovere il benessere della società.

Essi sono esortati a collaborare con i loro concittadini per promuovere lo spirito di amicizia

e di unità e per creare pace e giustizia. Essi cercano di difendere i propri diritti, come pure i

diritti degli altri, con i mezzi legali di cui dispongono, sempre comportandosi con onestà e

integrità. Rifuggono conflitti e dissensi ed evitano ogni lotta per il potere terreno.

 

Uno dei principi fondamentali della Fede bahá’í prevede che i suoi seguaci si astengano

rigorosamente dal coinvolgimento in qualsiasi attività partitica, a livello locale, nazionale e

internazionale. I bahá’í pensano che i governi siano il sistema per mantenere il benessere e

l’ordinato progresso dell’umana società e una delle caratteristiche della loro Fede che li

distingue è l’obbedienza alle leggi del Paese.

 

Compiere azioni in deliberata violazione della lealtà verso il proprio paese è esplicitamente

proibito nelle Scritture della Fede bahá’í. I bahá’í di tutto il mondo hanno ampiamente

dimostrato la loro adesione a questo principio.

 

La struttura amministrativa bahá’í, che si è affermata in oltre 180 paesi del mondo, è uno

strumento per incanalare le energie dei bahá’í verso il servizio al bene comune e per

organizzare gli affari religiosi e sociali della comunità bahá’í. Per i bahá’í, questo non

implica assolutamente l’esistenza di un programma politico o un’interferenza di qualsiasi

tipo con gli affari del governo.

 

Il quartier generale internazionale della Fede bahá’í si trova dentro i confini del moderno

stato di Israele in seguito alla serie di esili imposti a Bahá’u’lláh alla metà del

 

XIX secolo dai

governi persiano e ottomano. Esiliato dalla Persia dove era nato, Bahá’u’lláh fu mandato a

Baghdad, Costantinopoli e Adrianopoli e alla fine nella città-prigione di Acri nel 1868,

ottant’anni prima della fondazione dello stato di Israele, dove alla fine morì nel 1892. Che i

bahá’í di tutte le parti del mondo siano oggi in contatto con il quartier generale

internazionale della loro Fede per quanto riguarda i loro affari personali e collettivi è del

tutto naturale ed è cosa ben nota.

 

I bahá’í nutrono il massimo rispetto per tutte le religioni. I nostri Scritti definiscono l’Islam

«benedetta e luminosa religione di Dio» e il profeta Muhammad «fulgido faro del supremo

Rango profetico», «Signore del creato» e «Astro del mondo», Che «per volere di Dio, rifulse

 

sull’orizzonte dell’ Hijáz». Lo stadio dell’Imám ‘Alí è descritto in termini come «luna del

cielo del sapere e della comprensione» e «sovrano della corte del sapere e della saggezza».

 

Nella Tavola della Visitazione rivelata da Bahá’u’lláh per l’Imam

 

Husayn, Egli lo chiama

«orgoglio dei martiri» e «astro della rinuncia che risplende sull’orizzonte del creato».

 

I bahá’í sono sollecitati a mostrare un alto senso di rettitudine morale nelle loro attività,

castità nella vita personale e completa libertà dal pregiudizio nei loro rapporti con persone

di ogni razza, classe e credo.

 

Alla luce di questi fatti ben comprovati, Vostro Onore, è difficile capire come termini come

«manipolative» e «ingannevoli», «pericolose» e «minacciose» possano essere applicate alla attività

bahá’í in Iran. Considerate pericolosi gli sforzi di un gruppo di giovani che, per un sentimento di

dovere verso i propri concittadini, lavorano con giovanetti di famiglie con pochi mezzi per

migliorarne il profitto nella matematica e nella lingua e per svilupparne la capacità di svolgere una

parte costruttiva nel progresso della nazione? È una minaccia per la società se i bahá’í discutono

con i propri vicini di ideali nobili e di alto intendimento, rafforzando la convinzione che il

miglioramento del mondo si può ottenere mediante azioni pure e sante e un comportamento

raccomandabile e decoroso? In che modo ricorre alla manipolazione una coppia che parla

nell’intimità della propria casa con alcuni amici, confusi dalla descrizione dei bahá’í fatta dai

mezzi di comunicazione, per spiegare loro la vera natura delle proprie credenze, imperniate su

verità fondamentali come l’unicità di Dio e l’unità del genere umano? Che doppiezza c’è in uno

scolaro che, dopo aver sentito parlare in modo offensivo del Fondatore della sua Fede,

educatamente alza la mano e chiede il permesso di spiegare ai compagni di classe alcuni degli

insegnamenti che segue? Che inganno compie un giovane che, desideroso di acquisire sapere e

cultura, chiede alle autorità il diritto di iscriversi all’università senza dover mentire sulla propria

fede? Che danno fa un gruppo di famiglie che si riunisce periodicamente per pregare assieme e per

discutere temi che li riguardano tutti? Dato che l’anima umana non ha un sesso, è così allarmante

che una persona esprima l’opinione che uomini e donne sono uguali agli occhi di Dio e devono

poter lavorare fianco a fianco in tutti i campi dell’impegno umano? Ed è così irragionevole che un

piccolo gruppo di persone, in assenza delle strutture amministrative prescritte nei loro

insegnamenti, facilitino i matrimoni delle giovani coppie, l’educazione dei bambini e la sepoltura

dei morti secondo i canoni della loro Fede?

Sono solo alcuni esempi delle varie azioni per le quali i bahá’í dell’Iran sono così

duramente perseguitati. È il diritto di fare queste cose che è stato loro negato per trent’anni.

Vostro Onore, più volte in questi vent’anni gli Yaran e i Khademin si sono sentiti dire da

funzionari del governo che essi di fatto proteggono la comunità bahá’í da coloro che considerano i

suoi membri un elemento negativo della società. È vero, in ogni popolazione ci può essere una

piccola fazione che, cedendo alle forze dell’odio e dell’inimicizia, possono essere istigati a

compiere atti di crudeltà e oppressione. Ma, per la maggior parte, la nostra idea del popolo iraniano

non corrisponde a quella presentata da quei funzionari. Ristrettezza mentale e meschinità non sono

qualità che noi attribuiamo agli iraniani. Noi invece vediamo la ferma dedizione alla giustizia,

mostrata dagli abitanti di una città che, quando molti negozi di proprietà bahá’í sono stati chiusi

senza alcuna ragione, hanno fatto una petizione al governo. Noi vediamo la fedeltà dei giovani

musicisti che, quando ai loro colleghi bahá’í è stato vietato di suonare in un recital, si sono rifiutati

di esibirsi. Noi vediamo il coraggio e la tenacia di alcuni studenti universitari che sono stati pronti

a preparare una petizione e a disertare esami ai quali ai loro compagni di studi bahá’í era stato

vietato partecipare. Noi vediamo la compassione e la generosità di spirito mostrate dai vicini di

casa di una famiglia, con espressioni di simpatia e di sostegno offerte a tutte le ore della notte e i

loro appelli per ottenere giustizia e risarcimenti. E nelle voci levate da tanti iraniani in difesa dei

loro compatrioti bahá’í noi sentiamo l’eco del glorioso passato del loro paese. Quello che non

possiamo evitare di vedere, con il cuore colmo di gratitudine per loro, è che la maggior parte di

coloro che accorrono in aiuto della martoriata comunità bahá’í, subiscono loro stessi

un’oppressione analoga, come studenti e accademici, giornalisti e attivisti sociali, artisti e poeti,

pensatori progressisti e sostenitori dei diritti delle donne e perfino comuni cittadini.

Vostro Onore, le decisioni che il sistema giudiziario iraniano prenderà nei prossimi giorni

avranno ripercussioni ben al di là della comunità bahá’í in quella terra, quello che è in gioco è la

causa della libertà di coscienza per tutte le persone della sua nazione. È nostra speranza che, per la

santità dell’Islam e per l’onore dell’Iran, il sistema giudiziario sia equo nel suo verdetto.

Rispettosamente,

Bahá’í International Community

cc: Missione permanente della Repubblica islamica dell’Iran presso le Nazioni Unite

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *